Sentendo la parola Timeless (senza tempo) non si può fare a meno di pensare alla storia di Peter Pan, a quello strano folletto che per intere generazioni ha affascinato l’immaginario di noi tutti, che molte volte chiudendo gli occhi, ci siamo ritrovati a vivere in quell’isola che non c’è, le mille avventure di Peter Pan e della sua compagnia.
Il protagonista di Timeless è Pietro, eccellente ingegnere, consegue la prima laurea quando aveva solo sedici anni, e che oggi lavora come commesso nella bottega di giocattoli di un vecchio e antipatico mastro. Ama il suo lavoro e nel tempo libero usa il suo ingegno per creare giocattoli e magari spera un giorno di aprire una bottega tutta sua, in cui vendere anche le sue creazioni.
È il ragazzo di oggi, l’uomo quasi trentenne che ancora vive a casa con i suoi genitori, l’ultimo dei suoi amici ancora scapolo che vede le relazioni stabili come una privazione della sue possibilità di divertimento. La sua stanza è la stessa di quando era bambino, piena di giocattoli. Sui muri ci sono foto che passano dalla sua prima laurea a foto di lui, oramai nell’età adulta, ora sulle montagne russe, ora in una vasca con milioni di palline colorate, ora al mare alle prese con un castello di sabbia. Il tempo dentro di lui sembra non passare e riesce a smarcare ogni responsabilità che la sua età, anche se ancora giovane in fondo, comporterebbe. Ha una paura tremenda di crescere. Fosse per lui vivrebbe altri cent’anni tra giocattoli e dolciumi di ogni tipo.
La paura del tempo che passa e che lascia segni sul nostro viso è la paura dell’uomo contemporaneo che sempre più ricorre alla chirurgia estetica e i cosmesi per eliminare le imperfezioni epidermiche sui visi e bloccare l’incalzare dei segni dell’invecchiamento.
Timeless, scritto da Cristian Barberini e sceneggiato da Sharon Barberini e Carmen Munafò è realizzato esclusivamente con applicativi open source. Il corto è una serena asserzione che non si può rimettere indietro l’orologio della vita.
Timeless è una riflessione intima del divenire, che parte dal viso di Pietro, accompagnato in questa sua avventura da Effluit, il guardiano del tempo che passa, che diventa emblema universale della caducità e, successivamente, memoria. Il tempo da spessore, peso, vissuto: incide rughe, deforma i tratti somatici, imbianca i capelli spegne i colori, muta fisionomia e identità. Il volto segnato è una mappa topografica di storie, esperienze, emozioni che si imprimono indelebilmente nella carne. La senescenza muta il corpo, lo corrompe, ne altera la bellezza, in un processo inesorabile connaturato alla vita che è metamorfosi incessante. La trasformazione è anche il soggetto dove il divenire è il movimento che si fa memoria storica e che investe, non solo la materia, ma anche la cultura e il linguaggio che influenzano l’identità individuale.
Non c’è pessimismo ma soltanto consapevolezza del cambiamento, dell’irriducibilità dell’arte come della vita e che prima o poi il tempo busserà anche alle nostre porte.